Steve Jobs nella Città Provvisoria

Prologo

 

I presunti sani si permettono ancora di giudicare un uomo che dà la stessa importanza sia a una vite ritenuta non idonea, sia al mondo tutto. Un mondo che lui stesso ha stravolto per velocità, trasversalità e penetranza.

Questo è l’autismo di un “uomo di amore”. Un amore semplicemente perfetto e coerente.

Simpatico no.

Io però preferisco quest’amore globale e apparentemente ostile alle smancerie di turno.

 

 

Narrazione

 

La domenica notte spesso non dormo molto. Anche le altre notti non dormo molto. La domenica meno. Ora sono le 4.50 e ho già fatto trenta minuti di Meditazione Trascendentale. Trenta minuti di viaggi continui per immagini e concetti in embrione, che mi hanno definitivamente svegliato. Domani, infatti, è lunedì e come ogni lunedì me ne andrò nella città provvisoria.

 

Sono frenetico e non so perché. Anzi lo so. Voglio andarci ora. Non voglio aspettare domani. La sofferenza di un’attesa gratuita non la voglio aggiungere al disagio, che noi umani abbiamo ormai tatuato sul polso come il mio origami di unicorno.

 

Vado.

 

Salgo sulla mia piccola barca ormeggiata e senza accorgermene sono già nella città provvisoria. Buio. Poi meno buio. Poi i primissimi bagliori dell’alba, mentre cammino con la rilassatezza di un uomo che non ha più niente da volere se non questa pace.

 

Qui, dentro le piccole strade, si capisce la differenza dal mondo reale e l’importanza di avere fatto questo viaggio, essere unico superstite al ritorno e conservarne la memoria.

 

Sono solo amore.

 

Era questo lo scopo: dismettere gli abiti di chi è incatenato agli stessi errori sterili e condannato a trovarsi, ogni volta, di fronte agli esiti degli stessi errori. Gli uomini lo chiamano carattere, persuasi che se è carattere c’è poco da fare: non cambia mai, sei così e morirai così. Ossia vivrai tutta la vita completamente mal collocato rispetto alla posizione che, invece, ti spetterebbe se il tuo vero io fosse risanato.

 

Nella città provvisoria niente è mai uguale e si assapora la libertà di essere, finalmente, ciò che avremmo voluto essere: più intraprendenti, meno gelosi, più rapidi nelle decisioni, più inclini al perdono, meno superficiali. Si sperimenta il piacere di sentirsi leggeri, in sospensione.

 

Ormai la luce filtra dal cielo, a poco a poco tutto si rende visibile e ogni pensiero scompare.

 

Su ogni muro, ogni edificio, il campanile, le strade, i tronchi degli alberi, compare il logo Apple. Mi trovo in una città di mele morse e colorate. Di mele, morse e colorate.

 

Non mi è nemmeno possibile passare da una all’altra. Mi viene in mente 2001 Odissea nello Spazio, quando Bowman, l’astronauta, invia sulla terra le sue ultime parole: “La cosa è vuota, va avanti per sempre… Oh mio Dio, è  tutto pieno di stelle!”

 

Qui è tutto pieno di mele colorate e morse.

 

Oh Steve, credevo che il tumore al pancreas ti avesse guarito dall’autismo. Sorrido.

 

Ripenso a quando, per via di una vite che non gli piaceva, cancellò un progetto sul quale lavoravano da due anni. Quando gli ingegneri gli spiegarono che era l’unica vite in grado di bloccare i componenti del Mac e che quella vite non l’avrebbe notata nessuno, lui rispose: “Io si”.

 

Sono talmente sorpreso che non mi chiedo nemmeno se lo incontrerò di persona, perché essere qui è già essere con lui.

 

Ogni tanto mi piego per toccare una mela sull’asfalto: sono proprio dipinte, non sono la sua ultima invenzione ottica su macchine che dicono Ciao all’uomo. Queste mele le ha proprio dipinte: una ad una.

 

Sono commosso e non riesco a contenermi di fronte a tanta determinazione nel volere non solo cambiare la comunicazione nel mondo e quindi il mondo, ma dimostrare l’umanità racchiusa in una mente – la sua – capace di concepire solo la perfezione.

 

Il suo è un grido colorato nella città provvisoria e vale quel gesto di amore verso la figlia di quando le restituì un disegno fatto da lei con il Mac, sedici anni prima, e che lui aveva conservato in tasca per tutti quegli anni.

 

È la dimostrazione della differenza che passa tra un’utopia e la fattibilità di un progetto umanizzato.

 

Attraverso le mele trova il modo di gridare al mondo: non sono come dicono, sono preciso e amo, come e quanto voi.

 

Mi sembrava di sentire quel grido senza suono rimbalzare da un muro all’altro della città provvisoria; quella frustrazione autistica di non potersi interfacciare con gli altri con la stessa semantica e trovarsi, quindi, obbligati ad andare dritto senza dare spiegazioni.

 

Cammino, cammino fino a quando incontro un uomo seduto sui gradini della chiesa dipinti con mele colorate e morse, tutte equidistanti. È un vecchio uomo, malconcio. M’invita a sedermi accanto a lui.

 

Ora tutt’e due guardiamo davanti e il tempo sembra essersi fermato. Poi di nuovo quasi buio. L’uomo apre la mano e mi porge una vite.

Si alza lentamente e se ne va.

 

Grazie Steve.

Promesse Mancate

Si vive in un tempo di bugie sociali quotidiane, che non hanno più nemmeno la parvenza di promesse.

 

Sono maschere grottesche, che con il nostro futuro di essere umani non hanno niente a che fare.

 

Il cabaret dei politici ci fa ormai ridere: facce impostate, mascelle forti, belle donne e vecchi marpioni e burattinai.

 

L’Amore, anche nelle promesse non mantenute, rimane l’inganno più puro, molto spesso protettivo.

 

Diventa bello credere anche a qualcosa che non accadrà mai. Che molte volte sai già che non accadrà mai.

 

Tutti i “Ti Amo” senza fatti a seguire, hanno creato pozzanghere di fango, in cui vale la pena provare a giocarci dentro, come Lynch con il suo amico.  Sotto un grande albero.

 

Sporcarsi di Amore non mantenuto nei fatti è comunque crederci, sperare, attività di pensiero, che occupa molto tempo della nostra vita. Quindi è vita.

 

Dal primo momento che il tuo Amore ti dice “Ti Prometto” entri nello scintillio che schiocca nelle fiamme nel camino che ti si è acceso dentro.

 

La doccia gelata dei rinvii, dei tempi morti, “dell’aspettare il momento giusto” e alla fine della resa, non deve affossarti.

 

Sono le braci spente del fuoco con cui ti sei scaldato senza capire. Senza voler capire. Facendo finta di non capire.

 

Ma ti sei scaldato per un po’ e vai avanti alla ricerca di tronchi di legno da bruciare per scaldarti ancora

 

Meglio bruciare continuamente che depositarsi neutri in un’urna.

Promesse Mancate

Si vive in un tempo di bugie sociali quotidiane, che non hanno più nemmeno la parvenza di promesse.

 

Sono maschere grottesche, che con il nostro futuro di essere umani non hanno niente a che fare.

 

Il cabaret dei politici ci fa ormai ridere: facce impostate, mascelle forti, belle donne e vecchi marpioni e burattinai.

 

L’Amore, anche nelle promesse non mantenute, rimane l’inganno più puro, molto spesso protettivo.

 

Diventa bello credere anche a qualcosa che non accadrà mai. Che molte volte sai già che non accadrà mai.

 

Tutti i “Ti Amo” senza fatti a seguire, hanno creato pozzanghere di fango, in cui vale la pena provare a giocarci dentro, come Lynch con il suo amico.  Sotto un grande albero.

 

Sporcarsi di Amore non mantenuto nei fatti è comunque crederci, sperare, attività di pensiero, che occupa molto tempo della nostra vita. Quindi è vita.

 

Dal primo momento che il tuo Amore ti dice “Ti Prometto” entri nello scintillio che schiocca nelle fiamme nel camino che ti si è acceso dentro.

 

La doccia gelata dei rinvii, dei tempi morti, “dell’aspettare il momento giusto” e alla fine della resa, non deve affossarti.

 

Sono le braci spente del fuoco con cui ti sei scaldato senza capire. Senza voler capire. Facendo finta di non capire.

 

Ma ti sei scaldato per un po’ e vai avanti alla ricerca di tronchi di legno da bruciare per scaldarti ancora

 

Meglio bruciare continuamente che depositarsi neutri in un’urna.

L’ignoto Spazio Profondo dell’Amore

La scienza è lontanissima dal comprendere l’amore costruttivo, ma è abbastanza vicino a identificare le basi neuro-chimiche del piacere e della dipendenza da qualsiasi sostanza o schema mentale che provoca piacere, sesso incluso quindi. Questione di anni e ne verremo a capo.

 

Capire e conoscere è sempre meglio di non vagare nel buio, ma non riesco ad intuire le conseguenze di tale comprensione. Probabile che tutto procede come prima. Ad un cocainomane piace la cocaina, non sapere perché lo fa stare bene.

 

A me piaceva Stefania, o meglio il sesso con Stefania. Entrambi ne eravamo consapevoli, schiavi ed adepti praticanti. Per me era un’anomalia, in quanto sono di natura un sentimentale e la mia vera dipendenza è sempre stata l’intelligenza di una donna.

 

Il mio cervello cambiò la sua rotta, in circostanze particolari, un mattino ,quando entrato in laboratorio vidi Stefania china su una provetta, senza camice con jeans strettissimi. Il suo sedere, parte del corpo femminile, che mai mi aveva attratto in genere, mi indusse l’incantesimo. Stefania mi apparve come le Sette Sfere di Goku, fuse in unico ordigno micidiale. Corteggiamento zero, via nei campi.

 

 

Episodio 1

In uno dei laboratori c’era un vetro oscurato. Da dentro vedevamo il fuori. Stefania aveva dato di proposito l’appuntamento al suo fidanzato davanti a quel vetro e quindi noi lo vedevamo. Appena il fidanzato arrivò appoggiò la bicicletta al vetro e si appoggiò cercando di guardare dentro. Stefania, nuda si appiccicò al vetro come un geco, dove era lui e volle che la prendessi da dietro. Al tempo, la vissi come un’esagerazione, ma il fatto che nel mio cervello, quasi quaranta anni dopo, sia stampata quell’immagine, significa soltanto che al mio cervello non importa niente di quello che pensavo.

 

 

Episodio 2

Lavoravamo entrambi su esperimenti differenti. Lei mi si avvicinò e mi disse “non ne posso più e so che anche te non ne puoi più”. Il problema, come si direbbe ora era la location, con due sole opzioni: lo stabulario in mezzo ai conigli e ai topi chiusi nelle gabbie per gli esperimenti o in una piccola stanza completamente piena come un granaio, di piccole bottigliette di plastica bianca chiamate vials, che usavamo per gli esperimenti con isotopi radioattivi. Optammo per il sesso radioattivo sprofondando nelle vials come  se fossero spighe e fu fantastico.

 

 

Episodio 3

Alla fine degli esperimenti, lei mi volle accompagnare alla fermata dell’autobus, che avrei potuto raggiungere facilmente a piedi. Ma non era questa la sua intenzione. Uscita dal parcheggio dell’Università prese la strada verso la base militare di Camp Derby e entrò in un piccolo vicolo sterrato al tramonto. Il vicolo finiva in un campo aperto e lei proseguì con la sua Uno a velocità massima, slittando sul fango per i giorni di pioggia precedenti e saltando in tutte le buche. Testa coda e mani su di me. Poi si fermò e fu un amore folle.

Quando provammo a ripartire, la macchina si era infossata nel fango e non ripartiva. Come se niente fosse, ebbri di sesso, riguadagnammo la strada principale e tutti infangati facemmo autostop.

Il giorno dopo un carro attrezzi andò a togliere l’auto dal fango, seguendo le nostre impronte pazze.

 

 

Morale: se ci penso mi sembra di rivivere quei momenti con tutti i sensi e sono immagini più vivide della mia laurea o di altri momenti top della mia vita. Cervello in Tilt, ma una passione travolgente sine materia, mai più provata.

 

La nostra storia durò quattro anni, poi lei si innamorò di me e ci lasciammo.

 

Se penso a te ora, Stefania, penso a quei fantastici anni, senza che tra noi ci fosse un contenuto condivisibile. L’ignoto spazio profondo dell’amore di Herzog era la nostra dimensione. Non se ne usciva.

Devi Fare ciò che ti fa Stare Bene

Nello sport esiste un concetto multatasking che è il “contropiede”, concetto che poi è stato esteso per metafora a molte situazioni esistenziali. Può darsi che il procedimento di genesi della parola sia esattamente il contrario, ma non fa differenza.

 

Quello che mi ha sempre affascinato del calcio e nel tennis è mandare l’avversario da una parte e trafiggerlo dall’altra. A parte il punto segnato, questo lascia in bocca di chi lo fa il gusto dolce della beffa. L’ottundimento attonito per chi lo subisce con quel senso di paralisi interna, che se tu potessi, rimarresti in terra per sempre.

 

L’analogia con la morte improvvisa di una persona cara è molto forte anche se più articolata, perché prevede minimo tre giocatori : il morto che subisce il contropiede, che per qualche secondo percepisce, che la vita è esattamente nell’angolo opposto a dove lui si trova; il vivo che, come il morto, subisce il contropiede e rimane disorientato, dolorante e interdetto a lungo; la morte che ha fatto il contropiede.

 

Un contropiede spietato che colpisce a volte a caso, a volte sfruttando con abilità l’errore del morto. La morte che ti manda di là a caso, da 0 a 100 anni. Poteva succedere, lo sapevamo.

 

La morte segna il punto e se ne va.

Mi metto dalla parte di chi ha subìto il contropiede: il morto e i suoi cari. Avrebbero potuto evitare o limitare l’effetto del contropiede micidiale? Si, avrebbero potuto.

 

Entrati in campo sappiamo tutti le regole del gioco e che possiamo essere drammaticamente spiazzati. E’ una delle prime regole della vita, che impariamo per osmosi prima, con sempre più consapevolezza dopo. Quando un tuono, sveglia un bambino, nel cuore della notte, corre nel letto tra i genitori; quando i genitori lo lasciano da solo per la prima volta all’asilo e incontra il primo concetto di assenza. Si comincia così a capire, che esiste la possibilità di subire un contropiede improvviso e irreparabile.

 

Mi metto di nuovo dalla parte di chi ha subìto il contropiede: il morto e i suoi cari; mi ci metto anche io dalla parte di chi avrebbe potuto evitare o limitare l’effetto del contropiede micidiale. Si, avremmo potuto.

 

Il cervello ha due armi micidiali per ridurre il lutto ai minimi termini: la consapevolezza più precoce possibile che questo accada e il vivere bene al di là delle convenzioni.

 

Vivere come fa bene a noi stessi, in accordo con i nostri pregi e difetti, lavorando umilmente ogni giorno per non fare cose scontate, per non litigare inutilmente, per avere superficialmente lasciato andare un’opportunità, anche piccola di gioia.

 

Il tesoretto di vivere bene, che avremmo accumulato con attenzione nella vita  lascerebbe il morto ricco di una vita piena, con poco margine di gioia dispersa.

 

I cari del morto, lo stesso, perché dopo il primo grave smarrimento, ogni volta che pensiamo al morto, pensiamo ad una persona che ha interpretato bene la vita e non può che nascere dentro di noi una variante di sorriso. Non possono nascere che racconti da rievocare, durante una cena, di quanto fosse stato abile a vivere bene e attento a non lasciare niente di non vissuto.

 

Altro anticipo per i cari del defunto, di evitare danni importanti dallo sgambetto è vivere bene loro stessi, approfittando del surf più efficace mai fabbricato: l’amore sincero, l’amore a perdere, l’amore dissoluto, l’amore senza condizioni. Chi amavi è morto lo stesso, ma eri lì dove è passata la palla e non dall’altra parte come un ebete, ingannato dalle finte della vita.

 

Il dolore della perdita va anticipato con una vita attenta al donarsi senza fare conti. Questo non ferma le tue lacrime, non ti impedisce di piegarti in due e di avere reazioni incontrollate, ma di nuovo, la consapevolezza di avere dato tutto in vita, trasforma l’assenza in un legame indissolubile. Chi ama a spada sguainata non viene travolto e non si ricorda il dolore solo il 2 di Novembre. Continua ad amare e continua ad essere amato da chi è andato.

 

Il contropiede ci ha mandato fuori fase, ma solo per un pò. Continuiamo ad essere connessi con chi non c’è più.

 

Il problema è che vivere bene non è semplicissimo, schiavi delle nostre dipendenze sofisticate e consumistiche, dell’aderire ad un’omologazione di valori che niente ha a che vedere con i propri valori specifici. Viviamo spesso dentro i valori degli altri, lasciando una parte di campo esistenziale completamente scoperta, facile accesso a chi è un esperto contropiedista come la morte.

 

In queste situazioni, senza la consapevolezza di essersi amati e di avere   centellinato amore a chi non c’è più, si possono aprire voragini di dolore dai quali non si esce, piombati a terra da un dolore atroce, da sensi di colpa, dalla mera assenza.

 

Viviamo bene, nel semplice rispetto di regole note da sempre a tutti. Non subiamo un contropiede dopo un calcio di rigore sbagliato.

L’interpretazione dei Sogni

Aperitivo con Sigmund Freud

 

Ciao Sigmund, piaciuto il carciofo alla giudia?

 

Moltissimo Stefano, mai sentito un aperitivo con questa carciofi croccanti e morbidi. Mi chiedo se è mai possibile che mi trovi sempre di fronte a conflitti… ora anche croccante e morbido del carciofio alla giudia. Non ne posso più Stefano.

 

Sei un po’ ossessivo Sigmund, ma nel frattempo abbiamo scoperto molti rimedi a questa tua continua mania di classificare, catalogare, diventi matto…

 

Davvero hai qualcosa di buono per le mani? Ma è roba tagliata o pura?

 

Purissima, basta ingollare per qualche giorno, mese, anno e poi ti calmi. E si prende in farmacia. E poi non sei matto, sei dubbioso, hai sempre bisogno di mettere in ordine per fare chiarezza, ti piace il bianco o il nero. Hai un po’ il cervello in tilt, ma sei sempre il grandissimo Sigmund Freud. Il nostro cervello però soffre lo stesso. Troppi circuiti nervosi, per forza qualcuno salta. Ma si rimedia.

 

In Tilt come i flipper?

 

Si bravo, li hai sognati?

 

Si, pigiavo pigiavo sui pulsanti, ma era tutto bloccato. E sullo schermo c’era scritto Tilt. Un vero incubo.

 

Non era un incubo, poi lo hanno inventato davvero e ora si usa come metafora di qualcosa di temporaneamente bloccato, come quando non riesci a decidere tra una cosa e l’altra, quando sei lento, nel tuo caso.

 

Non sai quanto ti sia grato di avermi invitato qui a Roma. Fellini è sempre vivo?

 

No purtroppo, ma non era una buona compagnia per te. L’astrazione ti disorienta lo sai. E lui ci dava dentro…

 

Si, ma somiglia in tutto e per tutto ai miei sogni, quelli che lascio andare e di cui non mi chiedo perché.

 

Vedi che sei bravo quando vuoi. Ma cosa ti sogni dimmi, mi interessa. Un altro pò di champagne?

 

Ma mi farà male?

 

Dai Sigmund sei una palla, tieni è buonissimo. Le bollicine ti portano su come mongolfiere colorate. Valentina le conosce.

 

Chi è Valentina?

 

Lascia perdere, parlami dei sogni quelli tuoi, quelli belli.

 

Vedo come vede Fellini: colori, scene sconnesse, donne dal seno enorme a cui mi attacco e mi sento piccolo e protetto. Ma soprattutto colori tribali che mi dicono che tutto può essere a caso anche se non lo è. MI fanno passare da un tempo ad un altro senza spiegazioni, senza una regola, senza parlare. Come dice quel vostro cantautore nevrotico, Vasco Rosso.

 

Vasco Rossi, Sig. Non Vasco Rosso. E non pensare che sia tanto nevrotico. Lui va sul semplice, ma diretto. E’ bravo. E quando non sa che dire, nel testo dice frasi a caso, come nei sogni.

 

Interessante. Dio come vorrei essere nella sua testa.

 

Non esagerare Sig, tu sei il nostro mentore, lui è un cantautore dai.

 

Si, ma non hai idea come sia pesante questa vita, questo sciogliere nodi di continuo. Io vorrei volare e stare nei colori e nella leggerezza.

 

Allora restaci Sig, bevi un altro goccio

 

Vedi Stefano ora sto bene qui con te. Mi porti in Corso Francia o alla Fontana di Trevi?

 

No Sig ti prego. Non farmi camminare, sono pigro. I sogni Sig, dimmi ancora dei tuoi sogni.

 

Ora sto sognando Stefano. E’ meraviglioso. Guarda

Dipendenza Smartphone: Questione di Sesso

L’evidenza scientifica dell’abuso e della dipendenza dall’essere continuamente connessi in rete è ampiamente dimostrata. 

Dal punto di vista psicologico psichiatrico è altrettanto evidente come il dilagare del fenomeno “Connessione a Oltranza”, corrisponda ad un’esigenza  evolutiva di trasformarsi in un homo sapiens ubiquitus: essere ovunque e con chiunque nello stesso momento. Come se il nostro cervello sapesse già, che nel futuro, non potrà fronteggiare la velocità e il ritmo di una vita molto diversa dalla attuale.

 

Il cervello è lento a trasformarsi, ma è abilissimo nell’intuire quelle che sono le esigenze della sopravvivenza alle future condizioni ambientali. L’utilizzo attuale degli smartphone è da considerare una prima forma di adattamento ad un ritmo di vita che già ci sta sfuggendo.

 

Lo stesso fenomeno si è verificato per ogni oggetto tecnologico, compresa l’auto. Ma la dipendenza da auto non si è verificata. Sicuramente non con la stessa voracità della dipendenza da smartphone. Il meccanismo mentale, che porta un oggetto da essere necessario ad essere il tuo metronomo di vita è intimo: la comunicazione.

 

Comunicare dà dipendenza. L’estemporaneità della comunicazione rinforza la dipendenza: Qui e Ora. La possibilità contemporanea di parlare, vedere e scrivere un messaggio è mettere un like ci conferisce super poteri comunicativi, ai quali è difficile rinunciare, una volta provati.

L’aspetto che eleva esponenzialmente la dipendenza è comunque di matrice sentimentale o sessuale. Il fatto di poter avere più relazioni rimanendo seduti in auto al semaforo rosso, rende l’uomo costantemente sotto l’effetto degli psicostimolanti. La possibilità di scorrere foto pornografiche che ti dicono “Fai presto vieni”, ti fa sperare che il semaforo continui a essere rosso in eterno. Se pensiamo a cinque anni fa, i semafori rossi, i passaggi a livelli chiusi e le lunghe code ci innervosivano. Ora ci rilassano, perché è il momento buono per essere dovunque e con chiunque. Il tempo morto dell’attesa si è trasformato in una dose di cocaina. Cosa chiedere di più?

 

Vediamo però The Dark Side of the Moon. Dipendenza e Libertà sono inevitabilmente concetti opposti. Il cervello, nel lungo periodo, fa fatica a gestirli insieme e qui iniziano gli effetti collaterali. Non sono poi così rare le immagini attuali di facce deformate dal fastidio di ricevere un messaggio o un messaggio e una telefonata insieme o un messaggio, una telefonata e una foto. Sia che il momento sia appropriato o meno. Su di noi e sugli altri notiamo i primi segni di insofferenza. Il cervello dovrà trovare il modo di aggiustarsi su questo fronte.

 

La dipendenza da smartphone induce vite parallele, anche queste non semplici da coordinare. Lo smartphone è ormai la nostra black box, con tutti i suoi segreti. Con l’espansione nella Nuvola, che comunque sa tutto anche lei. Viene sempre il momento in cui il cervello ti chiede in maniera molesta: chi sei tu? Quello fuori vestito con abiti consueti o quello con la cover di colore nero opaco? Cominciano i problemi di identità esistenziale, cosa non da poco. I giovani di oggi la definirebbero una situazione pesante.

Peso Forma e Disturbi della Condotta Alimentare: Due Condizioni Diverse

Per evitare confusione su situazioni che hanno come epicentro il cibo, ho voluto aggiungere un approfondimento sui Disturbi della Condotta Alimentare.

In un soggetto sano, desiderare un Peso Forma è auspicabile. In un paziente con Disturbo della Condotta Alimentare ci troviamo in condizioni patologiche gravate da tasso di mortalità è molto alto.

i Disturbi della Condotta Alimentare, sono classificati dal manuale psichiatrico di rifermento DSM-V in questo modo:

Il DSM-5 include le seguenti categorie diagnostiche (le prime tre riguardano soprattutto i disturbi della nutrizione dell’infanzia)

 

  1. Pica
  2. Disturbo di ruminazione
  3. Disturbo da evitamento/restrizione dell’assunzione di cibo
  4. Anoressia nervosa
  5. Bulimia nervosa
  6. Disturbo da alimentazione incontrollata
  7. Disturbo della nutrizione o dell’alimentazione con specificazione
  8. Disturbo della nutrizione o dell’alimentazione senza specificazione

 

Le conoscenze sui Disturbi della Condotta Alimentare si sono evolute in modo significativo negli ultimi cinque anni, con dati sempre più precisi sulla pericolosità del disturbo e sull’approccio terapeutico globale. Per quanto riguarda i numeri della pericolosità, sono quasi completamente afferenti all’anoressia, ma non sono trascurabili nemmeno i dati provenienti dalle conseguenze dell’obesità, destino finale comune della progressione sovrappeso, disturbo d’alimentazione incontrollata. Il mantenimento di un Peso Forma quindi è anche un sistema preventivo di questa involuzione.

L’evoluzione di maggior rilievo di questi cinque anni riguarda l’aspetto più importante ed è quella che fa la differenza in medicina: un paziente che abbia problemi con il cibo trova una pronta diagnosi e un percorso terapeutico personalizzato, condotto da un team di almeno quattro specialisti: Endocrinologo, Psichiatra, Internista, Nutrizionista in aggiunta alle consulenze richieste dal caso clinico in evoluzione. La durata del percorso è variabile, ma in genere di mesi o anni.

Con questo approccio, c’è una ampia evidenza scientifica, che rivela una maggiore efficacia di intervento in qualsiasi disturbo nell’ambito del comportamento alimentare, con notevole miglioramento della qualità della vita del paziente.

Quando avremo risposta neurochimiche sulle cause dei problemi legati al cibo, tutti i commensali al tavolo delle buone forchette, a partire da chi non tiene il Peso Forma fino all’obeso più grave, conosceranno il danno mentale che li costringe ad un utilizzo aberrante di alimenti e alcol e ad una vita condizionata.

 

Per semplicità di lettura per chi desidera ulteriori informazioni sui Disturbi della Condotta Alimentare ho sintetizzato l’evoluzione medica in questo settore degli ultimi cinque anni

  • Come per tutti i disturbi mentali non dovuti a note anomalie genetiche, riguardo alle cause siamo a zero certezze.
  • I pazienti affetti da Disturbo della Condotta Alimentare hanno una prognosi poco favorevole in genere e una qualità della vita molto bassa, per la persistenza di sintomi residui anche in caso di guarigione.
  • Metà dei pazienti con Anoressia non arriva mai a completa remissione dei sintomi, esitando in cronicità in un quinto dei casi. Il tasso di mortalità ha evidenziato una percentuale del 2,9% per l’Anoressia con un incremento delle morti giovanili.
  • Il semplice calcolo dell’Indice di Massa Corporea (IMC) è sufficiente per predire il ritorno al flusso mestruale normale delle pazienti anoressiche. il calcolo dell’IMC si fa dividendo il peso in chilogrammi per l’altezza espressa in metri elevato al quadrato.
  • Il tasso di mortalità delle giovani anoressiche è calcolato nel 2,89 nei centri specializzati contro l’11,16 riscontrato in assenza di centri specializzati.
  • I disturbi dell’alimentazione sono più frequenti nel sesso femminile.
  • Nell’anoressia nervosa e nella bulimia nervosa, l’età di esordio è in genere compresa tra i 15 e i 19 anni, mentre nel Disturbo da Alimentazione Incontrollata è distribuita in un ampio intervallo (dall’infanzia alla terza età).
  • Il Disturbo da Alimentazione Incontrollata colpisce indistintamente uomini e donne in tutti i gruppi etnici del mondo ed è il disturbo più frequente nella maggior parte del mondo occidentale.
  • La novità terapeutica più interessante nella psicologia della Bulimia e del Disturbo da Alimentazione Incontrollata è l’utilizzo della Realtà Virtuale come espansione della terapia cognitivo comportamentale.
  • Disturbo da alimentazione incontrollata (Binge Eating Disorder) definito come un disturbo della condotta alimentare caratterizzato dall’assunzione di grandi quantità di cibo durante il giorno (anche di porzioni normali), senza che il paziente ne sia consapevole. A differenza della bulimia nervosa il senso di colpa è molto minore o assente, non ci sono condotte compensatorie come vomito auto-indotto, uso di lassativi e l’assenza di esperienza di perdita di controllo è minore. Nel DSM-V la diagnosi richiede il dato numerico di un’abbuffata alla settimana negli ultimi tre mesi. La frequenza negli adulti dimostra una percentuale maggiore rispetto all’anoressia e alla bulimia sommate. Questo recente dato è stato riscontrato sia negli USA che nel resto del mondo. E’ presente in entrambi i sessi, non riconosce differenze razziali ed distribuito in modo omogeneo in tutte le età. Il Disturbo da Alimentazione Incontrollata è quasi indissolubilmente associato all’obesità. I centri che si occupano dell’obesità dovrebbero sempre garantire un servizio di consulenza ai centri psichiatrici specifico per l’identificazione dei casi in cui è presente un disturbo dell’alimentazione incontrollata. Nel caso infatti di chirurgia bariatrica, la diagnosi pre-operatoria di Diisturbo da Alimentazione Incontrollata ha un valore predittivo negativo sugli esiti del bendaggio gastrico e del by-pass gastrico, ma non tale da escludere l’utilizzo di questi interventi. È necessario esplorare le problematiche attinenti alla sfera psicologica nelle persone obese che richiedono un trattamento di chirurgia bariatrica e seguire nel tempo questi soggetti anche dal punto di vista psicologico.

 

 

 

Nella seconda parte di queste riflessioni, abbiamo fatto cenno ai Disturbi della Condotta Alimentare, che rappresentano una condizione psichiatrica patologica, assolutamente diversa dal concetto di Peso Forma di soggetti sani. Si tratta di condizioni soggette ad alta mortalità soprattutto nelle giovani adolescenti anoressiche, e curabili sol in ambulatori ultra-specialistici, in un contesto medico multidisciplinare e con una farmacologia più strutturata.

Il punto cruciale emerso dalla revisione della letteratura scientifica dal 2012 ad oggi, è il netto miglioramento della modalità medica di come concepirli e curarli. Questo è cruciale per l’Anoressia, in quanto è una malattia potenzialmente letale, ma la sua importanza è significativa anche nella qualità della vita dei pazienti affetti da Bulimia e da Disturbo da Alimentazione Incontrollata.

Il Peso Forma e la Voce Muta della Billancia

Non ho voluto chiudere queste note con la canonica voce Conclusioni, perché l’unica conclusione da trarre è che bisogna convivere bene con se stessi, cibo, bevande e calorie.

Ci sono però alcune premesse basilari, che voglio enfatizzare per spiegare la mia motivazione nella sintesi di queste riflessioni sul Peso Forma.

La prima è medica: il sovrappeso oggettivato dalla Bilancia è l’anticamera dell’obesità, condizione che può divenire patologica, direttamente e indirettamente causa di morte funzionale o reale.

La seconda premessa è esistenziale: Il non sentirsi armonici con il proprio corpo, perché denunciato oggettivamente dalla sentenza muta della Bilancia, è fonte di frustrazione cronica, vissuta come un destino ormai ineluttabile.

Anche la terza premessa è di carattere psico-esistenziale: il libero arbitrio di scegliere la propria felicità, relativamente alla propria immagine corporea è sacrosanto: cercare di raggiungere la propria immagine confortevole, il Peso Forma, in un soggetto sano, è di fondamentale importanza per il nostro equilibrio psicologico.

L’ultima premessa è di carattere personale: Il desiderio di scrivere concetti semplici e chiari sull’alimentazione, dedicati a tutte le persone sane, che vorrebbero essere fisicamente diverse da come sono riguardo al peso. Questo mio desiderio è nato molti anni fa e ve lo presento, con un arretrato di entusiasmo e soddisfazione di uomo e di medico.

In Medicina spesso si creano dei vuoti di conoscenza, in cui molti addetti e non addetti ai lavori si buttano per trarne profitti personali, senza darne nessuno a chi chiede di risolvere un problema e tornano a casa, prima speranzosi e poi sconfitti.

I problemi che il cibo genera non sono molti, ma sono significativi per la qualità della vita e per la salute. Visto che il nostro tempo di vivere è limitato, non penso valga la pena spenderlo nell’angoscia di un problema che non esiste e, quando esiste è perché non c’è da mangiare o perché siamo malati.

Il raggiungimento e il mantenimento del Peso Forma è semplice e si avvale di soli tre elementi chiave: la capacità del medico di trasmettere il metodo di cura, la vera motivazione di un soggetto psichicamente sano e la sentenza della Bilancia.

Purtroppo, Il problema è stato affrontato sempre in modo caotico, confusionario, ambivalente, da specialisti e da pseudo specialisti, mettendo in crisi i soggetti sani con metodi faticosi e inadeguati.

L’affermazione forte che ho voluto esprimere è che raggiungere o mantenere il Peso Forma in un soggetto sano, è solo una questione mentale a carattere prevalentemente motivazionale di giocarsi la partita tra calorie introdotte e consumate. Concetti come il tipo di metabolismo basale e non, la distribuzione dei pasti, la tipologia degli alimenti, sono del tutto irrilevanti.

Se io voglio raggiungere e mantenere il mio Peso Forma, lo specialista gioca il suo ruolo nelle competenze e nel togliere dalla testa del paziente tutti i luoghi comuni, che ha assimilato nei tentativi falliti precedentemente. La Bilancia, un pezzo di ferro senz’anima, che ti indica quanto pesi e rivela a me e allo specialista, se quello che doveva essere fatto è stato fatto e come è stato fatto.

Il problema sta tutto qui, nella sua mera semplicità. E’ naturale, che i protocolli prescritti, per raggiungere e mantenere il Peso Forma, calcolato in base all’altezza del paziente e alla suo movimento fisico giornaliero, sono abbastanza lunghi e devono essere rispettati alla lettera con il giusto spirito. Io, che voglio il mio Peso Forma, devo essere informato su come fare in ogni dettaglio; devo sapere cosa fare, quando la fame supera il livello di guardia; devo sapere che posso mangiare in allegria tutti i cibi che stanno dentro l’introito calorico prescritto; devo essere informato su quanto saltuariamente, posso uscire dalle regole, senza morire di sensi di colpa; devo sapere se posso permettermi, un riposo maggiore se le calorie consentite sono poche. Devo anche sapere che quando si pecca si pecca, ma subito si rientra nel proprio programma.

Raggiunto l’obiettivo, dobbiamo concepire che, da quel momento in avanti, l’alimentazione andrà gestita, come un diverso, consapevole, nuovo stile di vita. La tristezza della dieta scaricata da Internet deve abbandonare il nostro stato d’animo. L’Homo presunto Sapiens sa già come appesantirsi la vita di problemi veri o presunti. Un problema almeno togliamocelo.

Peso Forma: Mantenimento e un Nuovo Stile di Vita

Raggiungere il proprio Peso Forma è un obiettivo difficile, fisicamente e psicologicamente. Un soggetto motivato, che si allinea alle linee guida del precedente capitolo lo raggiunge in un tempo variabile a seconda del peso di partenza e delle possibili deviazioni transitorie dal percorso ortodosso del rapporto Introduzione / Consumo di Kcal.

A questo punto, il soggetto sano che ha raggiunto il suo obiettivo si deve fare semplici domande:

  • Come sto?
  • Voglio continuare a concepire in modo matematico sano e allegro il mio Peso Forma?
  • Può questo agire, diventare uno stile di vita naturale e concepirlo come una trasformazione mentale, come tante nella vita?

Se la risposta sincera che il soggetto si da è si, mantenere il Peso Forma diventa naturale come respirare.

Se invece il soggetto sano ha raggiunto soltanto un risultato, e il concetto alla base non è stato introiettato come un proprio parametro esistenziale, mantenere il Peso Forma può presentare difficoltà maggiori.

Poiché le sensazioni al riguardo possono cambiare è necessario tutelarsi, seguendo due percorsi paralleli:

  1. Aggiornare ed Affinare le proprie capacita’ psicologiche
  2. frequenza monitoraggio ambulatoriale del peso forma

La terapia psicologica per mantenere il Peso Forma è conferire ripetutamente la consapevolezza di averlo raggiunto, del percorso fatto per arrivarci, il netto miglioramento fisico e mentale.

La capacità di mantenere il Peso Forma è comunque più sotto il controllo del paziente che dello specialista. Il medico non può andare a casa e prendere per il collo il paziente per portarlo in ambulatorio. Il medico, con una strategia mediatica può mettere in allerta costante il soggetto sulla possibilità di recidiva di incremento ponderale, con messaggi psicologicamente mirati a sollevare l’attenzione al monitoraggio.

Le azioni da intraprendere nelle varie fasi del monitoraggio sono:

  • Monitorare il Peso Forma in sede ambulatoriale, per almeno tre anni, con periodicità stabilita dallo specialista
  • Controllare l’apporto calorico giornaliere da assumere in funzione della ripresa o meno di attività fisica
  • Eventuale aggiornamento o sospensione della terapia farmacologica galenica
  • Consulenza Psicologica e Aggiornamento della Terapia Farmacologica Chimica
  • Attività Fisica in base al Peso Forma raggiunto e alle calorie introdotte, nel caso che il soggetto abbia il piacere di iniziare a muoversi.

 

Una volta raggiunto il Peso Forma, il paziente vive di solito una fase di piacevole euforia, che è sufficiente a mantenere l’introito calorico indicato dallo specialista.

In questa fase, la frequenza del monitoraggio psicologico può essere mensile per due mesi almeno. Si sfrutta l’onda dell’entusiasmo e non stressiamo il paziente con la nostra presenza. Poi si entra in una fase, potenzialmente critica, che è trascurata da quasi tutti gli specialisti della nutrizione. Il soggetto, quasi sempre, entra in uno stato mentale, in cui ormai crede di avere imparato per sempre il metodo per mantenere il Peso Forma. Alcuni riescono a gestirsi, la maggior parte no.

A innescare il pericolo è proprio il Peso Forma raggiunto e mantenuto per almeno due mesi che induce il paziente ad aggiustarsi da solo il metodo di alimentazione, i calcoli delle calorie, i controlli e ridurre l’attività sportiva se questa viene fatta. Si instaura, nella psicologia del soggetto, una sorta di onnipotenza gestionale, rinforzata dal fatto che questi primi fuori pista dal programma non conducono subito ad un incremento del peso. Il paziente non si vede ingrassare e il ragionamento quindi diventa “Posso fare da solo ormai”.

Proprio in questo periodo, il supporto psicologico deve tornare ad essere intensivo, sia per spiegare cosa sta accadendo nella sua testa, che è sbagliato, che vanifica, in un anno o poco più, il difficile, costoso, percorso svolto. In questo periodo, il paziente deve essere monitorato, almeno una volta per settimana, per tutto il tempo che necessita il suo riassetto cognitivo.

Una volta ricollocato il paziente nelle giuste coordinate, si può tornare ad un monitoraggio mensile fino a quando esiste piena consapevolezza nel paziente di come si deve procedere per rimanere nel Peso Forma. E’ comunque necessario, durante i controlli psicologici, verificare che anche eventuali circoli viziosi esistenziali siano sotto controllo, perché come abbiamo descritto, anche minimi tratti caratteriali come invidia, gelosia, irritabilità, labilità emotiva, oscillazioni dell’umore possono essere fonti di innesco di recidive.

 

Per quanto riguarda la terapia farmacologica, la Fluoxetina può essere ridotta da 20 mg o da 40 mg al giorno per almeno un anno e mezzo per poi sospenderlo gradatamente. L’immunità da stress garantita da basse dosi di Fluoxetina è molto protettiva nell’arco dei diciotto mesi più il periodo di sospensione.

Ormai la farmacologia, in tutte le branche mediche, si muove secondo protocolli fissi, che assicurano il maggior numero di remissioni totali.

Anche in questo caso, di mantenere il Peso Forma, è necessario agire secondo questo protocollo, che assicura protezione psichica al paziente.

I pazienti che hanno problemi con il sovrappeso o l’obesità, in assenza di patologia ormonale, hanno una predisposizione alle recidive molto elevata dovuta a malfunzionamento dei centri cerebrali della sazietà. La riparazione definitiva di questi circuiti necessita di un intervento farmacologico di almeno un anno e mezzo. Al termine di questo periodo, ogni farmaco viene gradualmente ridotto fino a sospensione completa. Un controllo semestrale è comunque sempre necessario fino a quando non c’è certezza di guarigione definitiva nel tempo. A seconda dei soggetti, della loro anamnesi personale e familiare, delle comorbilità presenti, può essere necessario mantenere a lungo l’assunzione del Topiramato, a dosi di mantenimento.

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