Interpretazione Film “The Place”

The Place, il posto, è l’unica ambientazione del film. È una caffetteria stretta e lunga, che fa da angolo ad un palazzo che si affaccia su una strada trafficata. Dentro, notte e giorno, ad uno dei tavoli, sempre lo stesso, c’è un uomo misterioso con un agenda sulla quale scrive, cose che noi non sappiamo, e legge. Non si sposta mai dal suo posto dove incontra nove personaggi che vengono da lui a chiedere “miracoli”. Non sappiamo niente di lui. Chi lo viene a cercare sa solo che è capace di esaudire desideri. Ognuno chiede qualcosa, ricchezza, bellezza, fede, sesso, salute, speranza. L’uomo, il bravissimo attore Valerio Mastrandrea, avverte ognuno che tutte le richieste hanno un prezzo da pagare, sempre molto alto anzi mostruoso. Lui incontra un’umanità variegata con la quale stringe patti diabolici ma nessuno viene costretto a fare qualcosa. The Place è un film ambiguo e misterioso. Niente è certo, tutto sfuma.L’interpretazione degli attori è magistrale, soprattutto quella di Mastrandrea che é perfetta. The Place corale che apre il sipario ad un’infinità di domande esistenziali sul bene e sul male nonché sul libero arbitrio. Questi uomini e donne che si rivolgono all’uomo misterioso che cosa sarebbero disposte a fare per ottenere ciò che vogliono? Lui dice che i desideri saranno esauditi ma in cambio di compiti da svolgere.Quanto saranno disposti a spingersi oltre i protagonisti per realizzare i loro sogni? Chi stabilisce le regole? Le scelte e le conseguenze dipendono solo da quelli che si siedono davanti a lui in quel caffè, sono completamente liberi di scegliere la loro strada. E qui scatta la funzione del libero arbitrio di fronte a scelte di bene o di male. Chi sceglie il primo chi il secondo. Si scava nell’animo umano. È un’indagine a tratti disumana come quella del padre disposto ad uccidere un bambino per salvare il suo. Ma questi sono i personaggi che ruotano su se stessi. Sono persone bisognose di miracoli e ogni volta tornano dall’uomo per raccontargli come procede la loro vita, tessendo una trama di storie che si intrecciano con un ritmo sempre più teso. Alle richieste degli avventori del bar l’uomo risponde sempre “si può fare” ma c’è un prezzo alto, anzi altissimo da pagare. Qualcuno pensa sia un mostro, ma in realtà lui non chiede niente, sono i personaggi a cercarlo e lui commissiona e scrive sull’agenda. Il compito viene svolto dal cliente fuori campo, il ritmo è calzante ma quieto, fatto di dialoghi e di sguardi, senza azione. È un film corale, la visione teatrale. Il regista invita ogni spettatore a chiedersi fin dove saremmo pronti a spingerci per risolvere una situazione che ci sta a cuore. Ci sono limiti che regolano il comportamento di ciascuno oppure l’etica si sposta a seconda della situazione che si vive? The Place è un film che fa fare i conti con la nostra anima più nera che può venire fuori in una determinata situazione. Il pubblico è portato ad identificarsi in queste 10 storie e a chiedersi:” Cosa farei io al suo posto?”. Le performance degli attori sono tutte ben riuscite, i personaggi rappresentati con grande spessore, tramite una carrellata di volti e di gesti, il regista mostra con chiarezza che da ogni singola azione ne derivano altre che non sempre sono in linea le intenzioni iniziali. Genovese, il regista, sembra voler ricordare che nessuno ci obbliga a fare niente, ogni azione è frutto della propria volontà, e che c’è sempre una seconda strada da percorrere. Ciò che può essere banale per una persona può essere vitale per un’altra. I due personaggi che mi hanno più colpito sono stati gli stessi che chiudono la scena, lasciando incerto il finale, aprendolo ad un’infinito numero di possibilità. Mi riferisco all’uomo misterioso e al personaggio impersonato dall’attrice Sabrina Ferilli che è la cameriera del bar, quella che serve cappuccini, torte, insalate, té e chiede più volte all’uomo misterioso se vuole un caffè. La donna è l’unica che non chiede qualcosa all’uomo ma fa domande, per questo non riceve compiti da eseguire. Forse anche l’uomo impersonato, dall’attore Valerio Mastrandrea, vuole qualcosa, potrebbe avere un desiderio impossibile. Il mistero regna sovrano, ma quando la vecchietta, che vuole la guarigione del marito, siede al suo tavolo e dice che ha deciso di mettere la bomba proprio in quel bar, il giovane dirige prontamente lo sguardo verso la cameriera, come se volesse proteggerla. L’uomo non si sposta dal bar, dal suo angoletto, anche oltre l’ora di chiusura. La donna è sempre là, sembra un personaggio solitario che continua ad osservare il via vai di persone con i loro problemi, e lo fa dall’esterno. Nel film ci sono personaggi che scelgono di non abbracciare il compito, altri invece lo eseguono, poi ci sono figure intermedie come il ragazzo che è pronto a fare una rapina ma non ha il coraggio di dire al proprio padre l’amore che nutre per lui. Ambigua è la conclusione del fil che vede nel filo di fumo della carta che brucia nel posacenere-gesto compiuto ogni volta il compiuto veniva realizzato- in quel tavolino per la prima volta rimasto vuoto la fine dei tormenti o il passaggio del testimone, cosa che non sapremo mai. Tutto resta indistinto, fumoso, aleatorio. A me fa piacere pensare che tra l’uomo e la donna sia scoppiato l’amore e i desideri dei due personaggi abbiano finalmente preso vita.

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