Le Perversioni del Cibo

La carenza di cibo è uno dei pochi problemi che il mondo occidentale non ha più, ma, che paradossalmente, è divenuto materia di ossessione esistenziale planetaria, con le sue moderne perversioni di dimagrimento, ingrassamento e obesità.

Se uomini e donne avessero microspie indosso, le conversazioni sui problemi correlati al cibo farebbero concorrenza alle conversazioni di carattere sessuale.

Questo è un autentico paradosso, il più bizzarro riscontrato nella mia carriera di endocrinologo, perché l’unico problema, per cui avrebbe senso parlare così tanto di cibo è non avere da mangiare, come nei paesi disagiati, dimenticati dal resto del mondo e che ormai concepiscono la fame come un evento normale. Dire che un bambino è morto di fame in Ruanda è come dire che un bambino è morto di un cancro nel mondo occidentale. In una parte del mondo sono riusciti ad accettare la mancanza di cibo come una malattia organica mortale; in un’altra parte del mondo, ci siamo costruiti diverse malattie mentali e organiche sulla gestione dell’eccesso di cibo, a cui lasciarsi superficialmente andare o a cui, tristemente, resistere a oltranza.

 

Viviamo in una società cibo-dipendente e alcol-dipendente, che ha stravolto le nostre abitudini psicologiche e il nostro vocabolario. L’aperitivo è divenuto una abitudine virale, perché mette un filtro psicologico tra il lavoro e il ritorno a casa, spesso magazzino di problemi da risolvere. Questa desiderata sospensione neutralizza lo stress accumulato, ci fa stare bene, pagando il costo dell’aperitivo e di un notevole introito calorico. Ma stiamo meglio. Importante è essere consapevoli di quello che facciamo.

Anche il nostro vocabolario si va trasformando in una gamma metaforica di sinonimi relazionali: “Ciao ti vedo così volentieri!” significa appunto “Vediamoci stasera per un aperitivo”; “Facciamo una pausa” significa “Andiamo a bere qualcosa”; “Dobbiamo parlare di quella cosa in sospeso” è equivalente a dire “Ceniamo insieme, almeno si parla in tranquillità”, con un tacito accordo di gozzovigliare e, se c’entra si parla”

Queste modalità gergali e poi fattive, per quanto compensatorie, ci regalano piacere, ma anche calorie, che di solito non consideriamo nel computo giornaliero, in quanto considerate un legittimo bonus. L’assoluzione ce la diamo da soli, senza prete: “Se ci spetta di diritto, le calorie non si contano”.

 

I primi errori di calcolo matematico, a cui si riferisce il titolo di questa breve riflessione sul cibo, nascono da queste cattive abitudini quotidiane, che vengono rimosse dal nostro cervello ad una velocità “super freudiana”. In compenso siamo più allegri, senza sensi di colpa e i problemi di casa, apparentemente, ci sembrano più leggeri.

I sensi di colpa veri, quelli pesanti, arrivano alcuni mesi dopo, quando al nostro uomo non si chiudono più i pantaloni, in pari opportunità con la cerniera della gonna, che non va più su della metà. Tornano in mente i tre aperitivi quotidiani a 140 calorie l’uno minimo.

E qui inizia il tormentone se tornare come prima o se comprare abiti di taglia superiore: se questo avviene, nella taglia più ampia, ci stiamo cosi comodi che la riempiamo subito.

 

I paradossi sul cibo non finiscono certo qui, perché se ci fosse sempre un lieto fine certo, la consapevolezza delle calorie introdotte e la libertà di sentirsi fisicamente piacenti, anche se più in carne, potremmo ignorare il tutto e lasciare ciascuno libero ai propri vizi. Invece no, spesso non c’è nemmeno un lieto fine, nel senso che le persone vogliono soddisfare i propri vizi, ma sono ossessionate dal peso.

Questa routine quotidiana crea infatti una pesante inquietudine di fondo, sia nell’abbandonarsi al piacere del lasciarsi andare ad un consapevole introito di calorie, sia ad un altrettanto consapevole rinuncia, coatta e triste.

Il teatrino, che a volte vira al grottesco, è quello di due persone, esperte in calorie, allo stesso tavolo di un bar, che hanno deciso di andarci per stare bene, ma che mentre parlano di argomenti leggeri, internamente sono entrambe inquiete e divorate dall’ansia: una, per essere al terzo Negroni, con la coscienza sporca di 420 calorie bevute senza considerare il cibo di accompagnamento; l’altra ingozzata dalla tristezza e dal terzo bicchiere di acqua gassata, perché vorrebbe, con tutto il desiderio del mondo, bere uno Spritz, ma è paralizzata nel farlo dalle 91 calorie da evitare.

Cosa rimane da dire e da fare a questi due disgraziati al tavolino, dopo un giorno di lavoro quasi sempre complesso? Uno è falcidiato dal senso di colpa misto alla confusione del tasso alcolico; l’altra con la misera vittoria di avere resistito a 91 calorie di allegria e colore. Per loro, a questo punto, non resta che alzarsi, pagare il conto, tornare a casa, cenare con la TV accesa e andare a letto, con o senza chat.

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