Lavoro Una Faccenda Tra Amici

Continua l’abitudine di cercare un posto di lavoro rivolgendosi a parenti e amici. Nessuna fiducia nei canali istituzionali e nelle strutture pubbliche. È la stessa “Repubblica” ha informare come al ministro Giuliano Poletti sia toccata una sonora reprimenda dopo aver pronunciato la frase “per cercare lavoro fa più una partita di calcetto che un curriculum”. Una esternazione diretta ma purtroppo vera. In Italia, nel 2016, l’84,4 per cento di chi cercava lavoro ha contattato parenti, amici e sindacati, mentre solo il 25,6 per cento si è rivolto a un cento pubblico per l’impiego. Nel 2015 era stata del 28,2. L’appoggio dagli amici – fonte Eurostat- è superiore alla media europea è più che doppia a quella tedesca (40,4). L’amico dell’amico resta l’ipotesi più accreditata per entrare nel mondo del lavoro. E ciò la dice lunga sull’insufficiente organizzazione e promozione delle attività lavorative nel nostro Paese. Non c’è grande speranza di trovare un’occupazione neppure tramite le agenzie di lavoro private, frequentate da appena il 15,2 contro il 24,2 nell’Unione Europea. Predomina l’arte di arrangiarsi, agganciando quei canali che sulla carta possono offrire più possibilità. Quell’amico o quel parente che non può dire di no. Gran parte, 69 per cento, si rivolge direttamente al datore di lavoro, in seguito all’intermediazione tra conoscenti. Il 64,5 dei disoccupati controllano gli annunci sui giornali o invia il proprio curriculum. Il 24,3 dichiara di aver cercato di trovare un’occupazione sostenendo esami, test o interviste(16 la media europea) e 1 per cento afferma di aver cercato permessi, licenze o aiuti finanziari. La classica raccomandazione resta dunque la forma preferita. Perché l’unica risolutiva? Perché la più facile? Perché l’unica forma di successo? Una abitudine tutta italiana. Una tendenza quasi impossibile da cambiare. Meglio, da voler cambiare.

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